Sulla tradizione orale

da Sulla tradizione orale. Il mito, il pianto ed il canto
di Laura Marchetti

 

Nella pagina principale di questo sito si trova, accanto al nome del progetto “Voci In Ascolto”, un sottotitolo che recita : “Incontri sul canto di tradizione orale”. Tralasciando l’analisi della scelta del termine “incontri” e le domande esistenziali su cosa sia e su cosa significhi oggi cantare, sicuramente, la lettura del binomio “tradizione – orale” porta con sé non poca confusione. Cosa s’intende effettivamente con queste due parole?

La prima (tradizione) è ormai diventata un mantra presente ovunque, dagli slogan dei partiti politici conservatori di estrema destra fino ai claim strappalacrime delle pubblicità di prodotti eno-gastronomici. Parola che richiama subito l’inquietante, ma spesso rassicurante, presenza del passato, spesso utilizzata come sinonimo di qualità, continuità e rispetto verso ciò c’è stato prima di noi.
Dall’altra parte, invece, può esser letta come attaccamento ad un antichità miticizzata ed idealizzata,  come freno nei confronti di una visione futurista e progressista. Se lasciata da sola (senza la spalla “orale”) e inserita in qualsiasi contesto musicale la parola “tradizione” risulterebbe troppo generica, potrebbe significare qualsiasi cosa senza un elemento che la differenzi. Per esempio senza un termine che evidenzi la diversità tra una tradizione classica e una tradizione cantautoriale, pop o rock. Tutto, a seconda del punto di vista, potrebbe esser tradizionale.

Fino a poco tempo fa andava a spasso con il termine “popolare”. Nell’ultimo periodo si fa fatica ad utilizzarle insieme visto il cambiamento epocale nel contesto socio- politico italiano degli ultimi decenni e la decadenza del mondo rurale.

La combo magica si ha, purtroppo ancora oggi, quando si distingue la tradizione colta da quella popolare assecondando così, con un piccolo gioco linguistico, una visione politica attraverso la quale si sottointende che la cultura sia da una parte sola, svalutando l’altra. Si tratta dello stesso atteggiamento coloniale che affianca l’analfabetismo di alcune culture all’ignoranza, come se le due cose andassero di pari passo.
Come se la conoscenza passasse obbligatoriamente attraverso la scrittura. Per fortuna, le storie millenarie di moltissimi popoli e civiltà nel mondo ci ricordano il contrario.

La seconda parola (orale), sebbene di più facile definizione, risulta aliena al mondo d’oggi, in una società sommersa d’immagini dove tutto passa attraverso le lenti della vista, dove la storia e la memoria sono legate nella stragrande maggioranza dei casi alla scrittura. “La voce, così come l’udito, oggi fa scandalo perché tutta la società e il suo intero sistema comunicativo pongono sempre più l’attenzione sulla vista, sull’occhio come organo di orientamento, di apprendimento e di riconoscimento”.

Allora per ri-orentarci e comprendere bene i motivi per i quali esiste quel sottotitolo sotto “Voci In Ascolto” vi propongo la lettura di questo libro “Sulla tradizione orale. Il mito, il pianto ed il canto”, scritto dall’antropologa Laura Marchetti. Si tratta di un saggio pieno di spunti e riflessioni con un’ analisi attenta sull’oralità e la scrittura, sull’etnocentrismo e gli studi post-coloniali, sui patrimoni locali, sui racconti, sul mito, la voce ed il canto.

“Il futuro, se è felice, dovrebbe avere un cuore antico, fatto di fiabe, di miti, di ninne-nanne e serenate, di storie d’amore perdute e di epici duelli, di commozioni e di lutti di fronte al tempo che porta via la bellezza e i nostri cari. Il futuro, se è umano, dovrebbe avere un cuore antico, fatto di memorie, di saperi che conservano l’aroma della terra e del mare, di piccole comunità radicate ma piene di strade su cui, nei secoli, hanno camminato meticciamenti e ospitalità. Il futuro, se è qui, dovrebbe avere un cuore antico, popolato di uomini cantanti e di donne narratrici, che, faccia a faccia, sanno ancora raccontare e tramandare meravigliosi simboli in cui, come in uno scrigno, vive l’Immaginazione, la facoltà che offre alla realtà la possibilità della sua trasformazione.

Un futuro così non può essere visto. Lo sapevano i poeti dal cuore antico che celebravano le Muse, le nonnine che, di fronte al braciere, evocavano orchi e streghe, i pescatori che, dopo aver tolto le reti, sospiravano di fronte alle sirene. I loro occhi erano ciechi e comunque non avevano dovuto sopportare slides, web e cloud. Quando guardavano, vedevano i cieli e non gli schermi. Le loro voci così erano più seducenti, malia per le orecchie, legami per i corpi. Tesori umani viventi, la tradizione orale li fa testimoni di una storia notturna, spesso emarginata, ma non meno pregnante di quella ufficiale. E questo libro li omaggia.”

LAURA MARCHETTI

è Professore di Antropologia culturale e di Didattica all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha insegnato per anni Didattica delle culture all’Università di Foggia in cui è stata coordinatore del “Centro per la complessità e le politiche UNESCO”. È membro del Comitato scientifico internazionale di Ricerche per l’Immaginario con sede a Stettino (Polonia). Ha scritto varie monografie fra cui La madre, il gioco, la terra (1994); Il fanciullo e l’angelo (1996); Il pensiero all’aria aperta (2003); L’occhio e lo specchio (2005); Ecologia politica(2007), Alfabeti ecologici (2013); La fiaba, la natura, la matria. Pensare la decrescita con i Grimm (2014); Oltre la mente coloniale (2014); Agalma. Per una didattica della carezza (2017); Samar. La luce azzurra a Itaca, Roma Bahgdad (2017), fino all’ultimo libro, Matria. Un neologismo riparatore (2020). Ha partecipato inoltre a diversi volumi collettivi, fra cui Dal Sudafrica (2005), con il resoconto critico della propria partecipazione, nella delegazione italiana, al II Vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile e poi, fra gli altri, ai volumi A che serve la storia. I saperi umanistici della modernità (2010) e Senso e forme della comunità oggi (2010), Alfabeti dell’intercultura (2017), Aprire le porte. Per una scuola democratica e cooperativa (2018). Ha scritto per la Riviste “Paradigmi”, “Semiotica”, “Metis”, “Reladei” e “Pedagogia”. Ha collaborato con il quotidiano “Liberazione” e oggi collabora con le pagine della cultura de “Il Manifesto”. Engagé pacifista ed ecologista, è stata uno dei “Sette Saggi” che hanno redatto il Programma Nazionale dell’Ulivo nel 1994 e nel 2006 ed è stata Sottosegretario all‘ambiente nell’ultimo Governo Prodi. Attualmente fa parte del Collegio degli Esperti del Presidente della Regione Puglia, dove si occupa di ambiente e cultura. È la coordinatrice scientifica del Progetto “Le Strade della Fiaba”, in collaborazione con l’Enciclopedia Treccani.