Canti della Tonnara

da “Canti della tonnara. Immagini e suoni dalla ricerca in Calabria di Alan Lomax e Diego Carpitella” 

a cura di Danilo Gatto con i contributi di Giorgio Adamo, Sergio Bonanzinga, Danilo Gatto, Giuseppe Giordano, Anna Lomax Wood, Antonio Montesanti, Nico Staiti, Vito Teti

Perché studiare i Canti della Tonnara? Perché indagare un tipo di suono nato e vissuto in un contesto preciso, magari a noi distante, legato inevitabilmente ad un tipo preciso di ritualità? Perché cantare un qualcosa che ha ormai perso la sua funzione iniziale?

Devo ammettere che sono state queste le domande che mi hanno spinto verso la lettura e l’analisi di questo volume, domande complesse ma, a mio avviso, necessarie per chi come me (e come noi) cerca di cogliere e di vivere il canto non solo da un punto di vista strettamente musicale ma anche culturale, artistico e soprattutto umano. 

Queste polifonie, infatti, sono strettamente connesse alla vita di chi le canta, al sentimento che le anima, alla spiritualità ed alla scansione del lavoro in cui l’elemento ritmico guida i movimenti e i gesti necessari per una corretta e funzionale gestione della pratica collettiva e rituale. Non considerare questi elementi vorrebbe dire eliminare delle tracce che rappresentano la linfa vitale di questi canti, la struttura che li sostiene.

La musica per la maggior parte delle persone, per i musicisti non professionisti è più che melodia, ritmo e parole. È il tipo di voce che usa il cantante, le posture del suo corpo ed è il quando, come e dove viene cantata la canzone. Tutto questo viene apprese e trasmesso di generazione in generazione. La funzione primaria della musica è ricordare all’ascoltatore che appartiene a una certa parte del genere umano, proviene da una certa regione, appartiene ad una certa generazione…” (Alan Lomax)

Mi piace riprendere anche i pensieri di Anna Lomax Wood, figlia del noto ricercatore Alan Lomax, protagonista di una delle più grandi ricerche etno-musicali svolte in Italia.

Questo volume, infatti, è una celebrazione di un mestiere legato al mare, in cui è impossibile scindere tutti gli elementi che lo compongono: così l’acqua, le barche, le reti, le persone, il rais, le leggende, le urla, la lingua ed il canto sembrano far parte della stessa unica entità e sembra quasi inutile cercare di coglierne il senso e la bellezza senza affacciarsi ai vari tasselli che compongono questo grande mosaico. Sono sicuro sia questo il motivo per il quale Danilo Gatto, curatore di questo volume, abbia deciso di raccogliere vari interventi, tutti diversi e unici nell’analisi, attraverso i quali è possibile ricomporre un quadro socio-culturale, economico e linguistico che rende giustizia ad un mondo così ricco e profondo e permette ai lettori di assaporarne il gusto, con suoni e immagini come mappa esplorativa per conoscerlo nel profondo.

La parola “relazione” può esser utile come filo conduttore per mettere insieme interventi e  spunti di riflessione presenti in queste ricerche. Innanzitutto un legame tra l’essere umano ed il lavoro, tra il mare e la terra, tra chi parte e chi resta, tra le storie che si mescolano all’interno dei canti e le varie lingue utilizzate.

“I termini aiamola e gnanzù, che identificano i due canti associati al sollevamento della rete, non sono ad esempio di semplice e decifrazione.

 Per il primo, considerato il contesto esplicitamente devozionale del testo, ritengo affatto condivisibile l’ipotesi di un origine araba connessa all’invocazione “Ayā mawlā (‘Oh Dio protettore’). Nel secondo caso si potrebbe invece pensare a un processo allitterativo-contrattivo-assimilativo a cui sono state sottoposte esortazioni come “isa” (alza) e “cazza” (tira) che si riferiscono proprio ad azioni collegate al canto.

 Altri termini sono invece molto chiaramente riferibili a un gergo marinaresco di aria mediterranea storicamente consolidato. Ala è voce italiana di comando per effettuare l’azione di “alare”, ovvero di tendere un cavo per tesarlo o per sollevare un peso. Saglia è voce di comando per effettuare l’azione di “sagliare” ovvero “eccitare uniforme cadenza nei lavori di forza” ed è attestato come termine nautico in tutto il mediterraneo centro-occidentale almeno dal XV secolo. Leva è imperativo di “sollevare” ed è diffuso in ambito nautico dal dodicesimo secolo in numerosi idiomi (greco, turco, maltese) come la voce d’incitamento “leva leva” che si rivolge a quelli alzano un’imbarcazione un peso.

Il termine arigò riscontrato solo nel canto trascritto da Di Stefano a Castellammare  apparentemente incomprensibile, trova invece luce in relazione ai rapporti fra tornare siciliane e sarde. La parola infatti rientra nel dialetto tabarchino parlato dai coloni di origine ligure che si stabilirono sull’isola di San Pietro comprendente il comune di Carloforte. In tabacchino il significato di “arigò” è “prendere nella rete”: chissà come e chissà quando il termine è stato assunto nella tonnara siciliana.. ” (Sergio Bonazinga)

Infine per chiudere mi piace passare dall’inizio, dall’introduzione scritta da Danilo Gatto:


“Da molto tempo, ormai da quando cioè attraverso le registrazioni e la pubblicazione degli studi etno-musicologici tutti i canti sono stati fissati in una “fotografia sonora” essi hanno perciò stesso presso un’altra dimensione, autonoma e indipendente dalla volontà e dalle intenzioni tanto degli esecutori quanto degli studiosi.

…  I canti e tutti i prodotti musicali folclorici, attraverso questo Medium, sono così passati dall’oralità primaria all’oralità secondaria, che li apre a nuovi percorsi di riproduzione, di apprendimento, di riscrittura, che sganciano nel tempo e nello spazio il prodotto musicale dal suo produttore e dal suo contesto, creando nuove vie dei canti, che possono ripercorrere i passi interrotti di una tradizione ma anche intraprendere altre strade inedite. “


Il curatore associa l’idea del canto ad un’idea di movimento e fa sì che anche il lettore prenda coscienza della natura e della vitalità di una pratica così complessa come quella canora. Legare la staticità iniziale di una registrazione fonografica all’evoluzione musicale di una polifonia ci permette di comprendere meglio il mondo in cui viviamo e leggere il contesto sociale, culturale e artistico con occhi diversi. Il passaggio da una prima oralità ad una seconda oralità influenza innanzitutto i movimenti e le evoluzioni del canto, libero, soprattutto con la rete, di viaggiare ancora di più nel tempo e nello spazio. E questo passaggio così importante mi fa riflettere su tutto ciò che sta succedendo con gli incontri di Voci In Ascolto, al modo in cui nascono e rinascono dei canti, alle vie che questi suoni percorrono, nelle voci e nelle vite di chi questi canti li scopre, li interiorizza e li vive. Nel presente e nel futuro.

Danilo Gatto

Curatore di "Canti della tonnara. Immagini e suoni dalla ricerca in Calabria di Alan Lomax e Diego Carpitella © Edizioni Rubbettino 2021

Danilo Gatto (1965), musicista, è docente di Etnomusicologia al Conservatorio “Tchaikovsky” di Catanzaro. Da più di quarant’anni si occupa di musica popolare, con particolare riferimento alla storia degli strumenti, del canto, e alle modalità proprie della musica tradizionale calabrese. Tra i suoi ultimi lavori, Suonare la tradizione. Manuale di musica popolare calabrese (Rubbettino 2007), Basta tarantelle. Antropologia della nuova musica popolare (Aracne 2014) e Una storia di vita. La musica attraverso cinque generazioni (Rubbettino 2019).